sabato 5 gennaio 2008

Tammurriate in Campania: Una Cultura Millenaria: Parte seconda di Esposito Titti

Parlare oggi di tammurriate significa volgere la nostra attenzione ad un linguaggio musicale antichissimo in cui musica, canto e ballo si intersecano in un rituale folklorico dai mille colori; un linguaggio che, caldo, passionale e “incalzante”, riesce a divenire espressione dell’animo e della religiosità di una comunità ma che trae le sue vere origini da culti pagani riconducibili alla Magna Grecia.
Osservare come suonatori di tammorre, cantori e ballerini, su un tempo binario, utilizzando una particolare scansione metrica dei versi (o endecasillabi con periodiche modifiche o un metro ottonario con l’inserimento di stereotipi) ed una gestualità codificata nei movimenti, riescono ad esprimere, in perfetta armonia, gioie e dolori, sacralità e devozione, ha sicuramente un suo fascino.


Di certo chi non ha mai assistito ad una “tammurriata vera” difficilmente può immaginare: basta però partecipare nei mesi di aprile e maggio ad una delle feste popolari in onore di una delle Sette Madonne Campane, feste in cui essa trova principale collocazione, per comprendere quanto detto e cogliere al contempo la radice pagana legata ad essa.
Denominatori comuni di tutte queste Madonne, infatti, sono la loro rappresentazione in trono e la collocazione delle loro festività nei mesi in cui la natura si risveglia e la civiltà contadina avverte la necessità di riti propiziatori per il raccolto, elementi questi tutti riconducibili al culto di un’altra divinità femminile che come la Madonna era simbolo di fertilità e anch’essa era collocata in trono: Demetra, dea delle messi.


Facciamo dunque riferimento a circa duemilacinquecento anni fa, all’opera di colonizzazione della Magna Grecia in Italia ( e ciò spiegherebbe il perché della diffusione delle tammurriate solo nell’entroterra del Sud e non del nord Italia) e a rituali cerimoniali in onore di una dea al cui culto si associava un ballo con l’utilizzo di un tamburo molto simile all’attuale tammorra. Come essa anche il tamburo di Demetra, e successivamente in epoca romana quello utilizzato nei rituali in onore di Cerere, veniva percosso a mani nude e le rappresentazioni su reperti archeologici, affreschi e bassorilievi, databili intorno al V secolo a.c., ne sono testimonianza tangibile.
Accanto ai riti mariani in cui la Tammurriata appare nella sua forma più arcaica e verace, “il canto e il ballo sul tamburo” trovano anche modalità di espressione nelle più svariate attività ricreative e di aggregazione e si arricchiscono di contenuti che vanno ad esaltare i molteplici sentimenti dell’animo umano: la protesta, la sfida, il corteggiamento, la passione, l’amore infelice…



Tammurriate dunque come forma di cultura rurale, come trasposizione cristiana di culti pagani, come esternazione dell’indole umana ma soprattutto come tuffo nel passato col quale è possibile far riemergere e rivivere nel presente certe tradizioni per non lasciarle cadere nell’oblio.




Titti Esposito

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Trovo quest'articolo di Esposito Titti molto interessante dal punto di vista storico-culturale di una tradizione che ha radici antiche. Ammetto che la parola Tammuriata l'ho sentita varie volte ma non sapevo invece quanta storia c'era dietro. Buono a sapersi. Gerardo.

Andrea Aguzzi ha detto...

Ciao Gerardo, puoi trovare un altro interessante scritto sulla musica popolare e sulle tammurriate di Esposito Titti qui:

http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/somma-vesuviana-terra-di-tammorre-e.html

sempre sul blog.

Ciao! Empedocle