giovedì 13 dicembre 2012

Intervista a Lucio Matarazzo, quarta parte


Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Credo tu abbia ragione ma io proverei a ribaltare la domanda partendo da un altro punto di vista. Cosa contraddistingue un interprete e quanto delle sue caratteristiche viene influenzato da ciò che suona?
Quando sento Pollini suonare Mozart, Chopin o Petruška, o Brahms sento un interprete dai connotati personalissimi eppure con mille sfaccettature diversissime.
Un grande interprete secondo me è colui che sa infondere nella musica che suona un gran tocco di originalità restituendoci la personalità del compositore filtrata attraverso il suo pensiero, in un equilibrio costante e preciso, che sappia inquadrare il repertorio suonato nella sua epoca e nel suo stile - senza dimenticare il rispetto per la forma-struttura -, ma che sappia anche donarci le emozioni di una ”invenzione” con una sua - magari folgorante - intuizione interpretativa.
Devo dire, senza falsa modestia, che una delle più belle considerazioni che sono state scritte sul mio modo di suonare, è quella espressa su Classical Guitar Magazine - in maniera semplicissima ma molto lucida - dal compianto Colin Cooper: He demonstrates that if you take a piece of well-tailored music and apply the ordinary rules of musical performance to it, as any pianist would do, the result is magic"
Queste considerazioni portano però a porci un’altra domanda: quanto di tutto questo è alla portata del pubblico e, nello specifico, del pubblico dei concerti di chitarra? (si, lo so non dovrei dirlo, ma è inutile nascondere che spesso il pubblico che segue la chitarra è un po’ “a parte”)
Spesso sento nomi “onnipresenti” in diversi ambiti - mi riferisco ai cosiddetti specialisti dei repertori cross-over o alla musica d’avanguardia che poi si “avventurano” quasi con sufficienza su brani semplici di Sor o Giuliani, senza essere capaci di “inventare” nulla e quindi restituendoci delle interpretazioni che poco si differenziano da quelle di un bravo alunnetto di quarto anno di corso, roba da far cadere le braccia...
Oppure coloro che hanno un successo straordinario affrontando quel repertorio classico/leggero dove tutto ciò che sono la profondità e le caratteristiche del pensiero interpretativo “colto” - non a caso - non è che siano solo sbiaditi.... semplicemente non esistono!

E quindi.... parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi? Te lo chiedo perché ho sempre apprezzato il tuo impegno nei confronti anche dei “contorni” della musica: la presenza costante sui social network, la lunga collaborazione con GuitArt, il tuo blog DotGuitar, la casa discografica on line (di recente hai permesso l’acquisto del cd Blu di Arturo Tallini da lungo tempo non più disponibile), la presenza assidua nei forum di chitarra classica come DelCamp o Porqueddu ... come sta cambiando la figura del musicista?

Il marketing non è altro che una studiata pubblicizzazione di ciò che si fa e si è - se lo si è - come artisti. Questo sostanzialmente significa un allargamento dei contatti e delle opportunità che possono essere date ad un artista per poter avere maggiori occasioni di proporsi e farsi conoscere.
Alla fine però puoi allargare tutti i contatti che vuoi, ma se la tua proposta artistica - mi mantengo sul generico - non ha una validità accettabile, prima o poi il pubblico se ne accorge e ti castiga. Quante meteore abbiamo visto dissolversi nel nulla!
D’altro canto il marketing da solo ha un respiro breve e di sicuro non ti fa fare carriera, a meno che non sei disposto ad addentrarti in altri ambiti e a investire cifre grandissime che, nel nostro mondo “colto”, hanno poco senso, visto il ritorno in termini economici.
E’ un errore confondere il fatto che vivendo in un mondo in cui il ruolo della comunicazione sembra diventato prioritario, questo sia il fattore principale su cui basare e sviluppare una carriera artistica.
Ci sono dei veri e propri bluff che spesso trovano dei canali di diffusione grandissima della propria attività attraverso i mass-media e quindi un enorme successo.

Diventa purtroppo difficile spiegare al grande pubblico - grazie al bombardamento quotidiano di musica-immondizia, esso ha perso anche la residua capacità di distinzione tra ciò che dovrebbe essere Arte e ciò che è intrattenimento - che questa musica è solo un abile miscuglio di ciò che di più bello è stato fatto da altri, sia in campo classico che leggero, e quindi è difficile parlare di Arte, che è soprattutto “invenzione” rispetto all’intrattenimento, che è in gran parte basato sulla “riproposizione”. Questo è un fenomeno che è cresciuto in maniera esponenziale soprattutto in Italia, basti solo pensare che l’educazione all’ascolto musicale è totalmente assente nelle nostre scuole di ogni ordine e grado...

L’altra sera ero a Londra a cena con uno scienziato britannico, un ricercatore collega di mia moglie. Abbiamo avuto una lunga discussione su alcune opere di Bach e, devo dire, sono rimasto meravigliato dalla sua competenza ed ancor più quando mi ha raccontato che lui era un cembalista dilettante e che tutti nella sua famiglia suonavano almeno uno strumento, la moglie il violino e i due figli il violoncello ed il flauto. E tutto questo rappresentava per loro la normalità, così come era normale che quasi tutti i loro amici avessero una buona conoscenza - sempre da dilettanti - della musica, attraverso una pratica strumentale diffusa, spesso iniziata in ambito scolastico.
Difficile credere che persone del genere non sappiano distinguere tra Arte e intrattenimento...
Mi si dirà che c’è anche l’arte dell’intrattenimento: verissimo. Ma il piano è un altro e ciò che distingue il “vero” dal “finto” è la genuinità e la sincerità delle intenzioni. Non ho nessuna difficoltà a dire che, ad esempio, “Emozioni” di L.Battisti può essere considerata Arte - anzi senz’altro lo è -, ma non credo che Battisti si sia mai dato pena di omologarsi come musicista nell’ambito “colto” - era “semplicemente” un Artista -, così come vedo fare ad alcuni personaggi che tentano per forza di ostentare una patente di autorevolezza culturale attraverso la definizione di “chitarrista classico” o, in altri ambiti, di “nuovo Mozart”.

Ritornando alla tua domanda, devo dire che non ho mai pensato alla poliedricità delle mie attività come un aspetto del marketing, ma piuttosto ad interessi collaterali che si sono aggiunti, spesso anche casualmente, allo studio della musica e della chitarra e quindi alla mia normale attività.

Come è nato DotGuitar?

DotGuitar Magazine è nato dall’esigenza di alcuni miei attuali e passati alunni di portare sul web quelle che erano le esperienze fatte con i magazine cartacei, che stanno ora vivendo un momento di crisi, non solo di vendita, quasi drammatico.
Vista la mia esperienza mi sono posto come coordinatore delle loro idee e, in breve tempo, abbiamo avuto risultati impensabili. Raggiungere circa 40mila contatti alle ultime uscite del Magazine è cosa non da poco, anche tenendo conto che molti contatti avvengono dall’estero, il che, per un magazine pubblicato quasi interamente in italiano, mi sembra un risultato non da poco.

Che problemi avete dovuto affrontare?

Progettando questo Magazine, il primo problema che si è posto è stato quello di conciliare la “velocità” di internet con la necessità dei tempi per articoli di approfondimento, problema in gran parte risolto con l’adozione di una doppia piattaforma, una di tipo blog su TypePad (http://dotguitar.typepad.com), aggiornata in tempo reale, con notizie ed informazioni su concerti, concorsi, info ed attività varie, e un’altra su un vero sito dedicato (www.dotguitar.it), con rubriche di approfondimento, analisi, attualità, storia, liuteria, etc.
Al WeBlogMagazine (credo il primo in ambito chitarristico, non solo in Italia, con questa doppia struttura/piattaforma), si sono da poco aggiunti altri due settori: uno è la WebLabel, di cui sono Direttore Artistico, ed un altro è lo Shop, curato da alcuni miei collaboratori.
L’entusiasmo che questa iniziativa sta suscitando è dimostrato anche dall’apporto che subito hanno dato tantissimi miei amici e colleghi tra i quali non posso non ricordare P.Viti, G.Signorile, P.Troncone, P.Bonaguri, A.Dieni, M.Rivelli, M.Bazzotti, G.Giglio, L.Tortorelli, M.Tamburrini, R.Del Prete, A.Altieri, A.Ruggiero, R.Calandruccio, S.Testa, S.Magliaro, G.Vanità e tantissimi altri.





Ritornando alla precedente tua domanda, per quanto riguarda i forum, purtroppo la mia partecipazione, soprattutto a quelli stranieri, si è molto diradata per problemi di tempo.
Credo che essi possano svolgere un ruolo molto importante soprattutto nel far crescere l’humus dal quale può uscire un pubblico con una preparazione migliore.
Molti amateurs possono trovare utili informazioni e spunti positivi per coltivare quella che è la loro passione per la chitarra.
Ma l’importante è saper discernere, quando si pongono quesiti di natura tecnica o musicale, tra chi ha l’autorevolezza per poter dare risposte valide e chi invece non è altro che un “sedicente” concertista o didatta che, al di fuori del forum e nella vita concertistica e artistica reale, conta poco più di niente. Del resto oramai i curricula di tutti si trovano facilmente su internet e la gente non è stupida, ha imparato a valutare...
Grande merito va dato comunque agli amministratori e ai moderatori, i quali il più delle volte svolgono questo ruolo difficile senza un ritorno economico, con grande passione, dedizione e impegno di tempo per seguire gli utenti, che sono mossi dal desiderio di apprendere, possibilmente da chi ne sa non “per sentito dire”.

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